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Come scegliere servizi cloud affidabili per l’impresa

Perché affrontare oggi il rischio di lock-in nel cloud

La migrazione al cloud è uno snodo strategico per la competitività digitale delle imprese, ma introduce una variabile critica: il vendor lock-in, cioè la dipendenza da un fornitore che limita la libertà di scelta futura. Il rischio è concreto quando servizi e condizioni che in passato erano adeguati non rispondono più alle esigenze correnti, mentre vincoli economici, clausole contrattuali e timore di interruzioni operative frenano il cambiamento. Secondo i contenuti disponibili su WIIT Magazine, questa condizione può protrarsi per anni, impattando la scalabilità dei sistemi e rendendo oneroso lo spostamento di dati e applicazioni su soluzioni alternative. La questione, dunque, non è accademica: riguarda la capacità di preservare agilità tecnologica e resilienza di business in un contesto in cui i requisiti applicativi evolvono rapidamente.

Glossario

  • Vendor Lock-in: Situazione di dipendenza da un singolo fornitore di tecnologia (vendor), che rende difficile e costoso il passaggio a un’alternativa, a causa di standard proprietari, costi di migrazione o vincoli contrattuali.
  • Multi-cloud: Strategia che prevede l’utilizzo di servizi cloud di due o più provider differenti per distribuire i carichi di lavoro, ottimizzare i costi e ridurre il rischio di dipendenza da un unico fornitore.
  • DRaaS (Disaster Recovery as a Service): Servizio cloud che permette di replicare e ripristinare dati e infrastrutture IT in caso di disastro (es. guasto hardware, attacco informatico), garantendo la continuità operativa.
  • NIS-2 (Network and Information Systems Directive 2): Direttiva europea che impone requisiti più stringenti di cybersecurity a un numero maggiore di settori critici (energia, sanità, trasporti, etc.) per rafforzare la resilienza digitale dell’UE.
  • GDPR (General Data Protection Regulation): Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, che stabilisce le regole per il trattamento e la libera circolazione dei dati dei cittadini dell’UE.
  • SOC (Security Operations Center): Un centro operativo per la sicurezza informatica, composto da un team di esperti che monitora, analizza e risponde agli incidenti di sicurezza 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
  • IaaS (Infrastructure as a Service): Modello di servizio cloud che fornisce risorse di calcolo virtualizzate su Internet, come macchine virtuali, storage e reti.
  • PaaS (Platform as a Service): Modello che offre una piattaforma hardware e software su cui gli sviluppatori possono creare, distribuire e gestire applicazioni senza doversi preoccupare dell’infrastruttura sottostante.
  • SaaS (Software as a Service): Modello di distribuzione del software in cui un fornitore ospita le applicazioni e le rende disponibili ai clienti tramite Internet, solitamente con un abbonamento.
  • EU Data Act: Regolamento (UE) 2023/2854 che mira a creare un mercato dei dati più equo, facilitando l’accesso e l’uso dei dati (soprattutto industriali) e promuovendo la portabilità e l’interoperabilità tra servizi cloud. Diventerà applicabile dal 12 settembre 2025.

Il mercato cloud in Italia: un quadro in forte crescita

Il contesto italiano mostra una forte accelerazione verso il cloud, spinto in particolare dall’intelligenza artificiale. Secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, il mercato cloud in Italia ha raggiunto i 6,8 miliardi di euro nel 2024, con una crescita del +24% rispetto all’anno precedente. La componente Public & Hybrid Cloud è quella che traina maggiormente il settore, con una spesa di 4,8 miliardi di euro (+30%).[Osservatori.net] Questo slancio rende ancora più urgente affrontare strategicamente il rischio di lock-in, per evitare che la rapida adozione si trasformi in una futura rigidità tecnologica.

Leggi l’approfondimento e confronta le opzioni

Il filone “Cybersicherheit” di WIIT Magazine evidenzia quanto la sicurezza e la gestione del rischio siano diventate parte integrante delle decisioni cloud. Temi come la Zero Trust (novembre 2023), la Security Awareness (marzo 2024), l’adeguamento alla NIS-2 (agosto 2024) e l’adozione di Cyber Threat Intelligence (novembre 2024) delineano un panorama in cui fiducia, trasparenza e compliance sono requisiti imprescindibili. In parallelo, la prospettiva di business continuity è affrontata nella sezione dedicata, con pubblicazioni che descrivono approcci e servizi come il DRaaS (settembre 2023), a testimonianza di una visione in cui l’operatività continua è progettata fin dall’inizio.

Nel post “Secure Cloud, porta sicurezza e compliance ai massimi livelli” (7 maggio 2025), WIIT Group esplicita la propria lettura del mercato: il cloud è il principale abilitatore della trasformazione digitale e il provider è selezionato su criteri stringenti di performance, resilienza, sicurezza e conformità (dal GDPR alla normativa di settore). Si crea dunque un requisito di trust tra organizzazioni, che sostiene la scelta di un paradigma di Secure Cloud nativamente orientato alla protezione. All’interno dello stesso contenuto, viene citata una crescita del 65% degli incidenti informatici in Italia nell’ultimo anno (fonte Clusit), elemento che rafforza l’urgenza di un approccio security by design e di servizi capaci di prevenire e contenere gli impatti delle minacce.

La dipendenza da un particolare provider cloud è uno dei primi cinque rischi emergenti per le organizzazioni. Affidare la gestione di tutti i processi mission-critical a un unico fornitore stringe vendor e azienda in un patto intimo che può causare importanti ripercussioni sulla liquidità e sulla capacità operativa.

– Gartner, 2023[ZeroUnoWeb]

In questa cornice, ridurre l’esposizione al lock-in non è solo una misura tecnica: è una leva di governance tecnologica a supporto della strategia aziendale. Le fonti riportano sia leve interne (selezioni architetturali e competenze) sia leve esterne (accordi, formati, strategie multi-cloud) che le imprese possono adottare per mantenere la portabilità e preservare il controllo sul ciclo di vita dei propri sistemi. WIIT Group, con il suo paradigma Secure Cloud, offre un esempio concreto di come un provider possa integrare continuità del business, sicurezza e scelta consapevole della collocazione dei dati per sostenere ambienti mission-critical.

Che cos’è il cloud lock-in e perché accade

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Le fonti definiscono il cloud lock-in come la situazione in cui un’azienda, pur trovando un servizio non più adeguato alle proprie esigenze, non riesce a disimpegnarsi dal provider attuale per una combinazione di vincoli contrattuali, costi di uscita e possibili interruzioni di processi essenziali. Nel dominio cloud, questo stato può durare a lungo, producendone ricadute su scalabilità, ottimizzazione dei costi e capacità di evoluzione tecnologica. Un punto cruciale riguarda la portabilità dei dati e delle applicazioni: in assenza di standard aperti, di ambienti compatibili o di strumenti adeguati alla migrazione, la transizione verso altre piattaforme comporta oneri e rischi che scoraggiano il cambiamento.

Tipo di Lock-in Descrizione Causa Principale
Data Lock-in Difficoltà nel trasferire i dati da un provider a un altro a causa di formati proprietari, costi di egress elevati o complessità tecniche. Mancanza di standard aperti e politiche di costo dei fornitori.
Platform Lock-in Le applicazioni sono sviluppate utilizzando servizi specifici e proprietari di una piattaforma (es. API, database, funzioni serverless) e non possono essere eseguite altrove senza una riscrittura significativa. Utilizzo di servizi PaaS e SaaS a più alto livello di astrazione.
Lock-in delle Competenze I team tecnici sviluppano una profonda specializzazione su una singola piattaforma cloud, rendendo difficile e costoso adottare o migrare verso tecnologie differenti. Specializzazione della formazione e resistenza al cambiamento organizzativo.
Lock-in Contrattuale Accordi a lungo termine, sconti basati sui volumi e penali di uscita rendono economicamente svantaggioso il cambio di fornitore prima della scadenza. Clausole commerciali e legali definite nei contratti di servizio.

La rilevanza del fenomeno emerge anche dai dati citati nelle fonti: una rilevazione riportata nel contenuto di WIIT Magazine attribuisce a un’analisi di Bain & Company le seguenti indicazioni di mercato. Due terzi dei CIO intervistati dichiarano di preferire un modello con più provider per attenuare la dipendenza da un singolo fornitore e ridurre l’esposizione al lock-in. Tuttavia, il comportamento osservato è meno diversificato: il 71% si affida a un unico cloud provider. Tra coloro che hanno adottato una strategia multi-vendor (il restante 29%), la concentrazione della spesa resta comunque alta: in media il 95% del budget cloud è destinato a un solo provider, con un’inevitabile concentrazione di responsabilità operative e tecnologiche. In altre parole, anche quando si tenta la via della diversificazione, la realtà dei progetti e dei contratti può portare di fatto a una centralizzazione della dipendenza.

Il business model del provider lock in è molto chiaro e semplice: a costi di entrata molto bassi corrispondono sempre costi di uscita molto alti.

– Davide Capozzi, Innovation Director di WIIT[ZeroUnoWeb]

Un ulteriore fattore che alimenta il lock-in è di natura interna: la specializzazione delle competenze. Come riportato dalle fonti, i tecnici tendono a maturare esperienza profonda su una specifica piattaforma cloud; questo è un valore, ma può rendere più complesso collaborare con altri provider o spostare carichi di lavoro su tecnologie diverse. L’organizzazione, di conseguenza, potrebbe privilegiare la continuità con l’ambiente conosciuto, rinviando scelte che comporterebbero formazione, riprogettazioni e gestione del cambiamento. A questo si sommano componenti contrattuali da valutare con attenzione: clausole su penali, durata minima, modalità di recesso e condizioni di migrazione dei dati possono creare barriere concrete al passaggio.

Le fonti suggeriscono che, per evitare che la dipendenza si radichi, sia necessario agire prima di siglare gli accordi: conoscere in profondità i propri requisiti tecnologici, definire una strategia coerente e selezionare il provider verificando strumenti, servizi e standard supportati per la migrazione e la gestione di ambienti multi-cloud. La lettura attenta delle clausole e il dialogo esplicito sulle modalità di esportazione e trasferimento dei dataset sono passaggi essenziali: senza queste condizioni a monte, la portabilità rischia di restare sulla carta, esponendo l’azienda a vincoli che si manifestano quando è più difficile porvi rimedio.

Leve interne per prevenire il lock-in: scelte tecniche e competenze

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Il primo fronte di prevenzione è interno. Le fonti indicano che l’adozione di software portabile, in grado di operare su sistemi operativi e piattaforme eterogenee, riduce drasticamente i vincoli nella gestione dei dati e facilita la migrazione verso soluzioni alternative. Un alto livello di standardizzazione delle componenti – per esempio nella modalità di archiviazione, nei protocolli di comunicazione o nei formati impiegati – semplifica lo spostamento di informazioni e applicazioni tra provider diversi, riducendo l’impatto su integrazioni e interfacce esistenti.

Scelte tecnologiche per la portabilità

Per favorire la flessibilità e ridurre la dipendenza, le aziende possono adottare una serie di tecnologie e approcci architetturali:

  • Containerizzazione: Utilizzare tecnologie come Docker e orchestratori come Kubernetes per impacchettare le applicazioni e le loro dipendenze, garantendo che possano essere eseguite in modo consistente su qualsiasi infrastruttura cloud.
  • Infrastruttura come Codice (IaC): Definire e gestire l’infrastruttura tramite file di configurazione (es. con Terraform o Ansible), permettendo di replicare l’ambiente su diversi provider con modifiche minime.
  • Database open-source: Preferire database come PostgreSQL o MySQL a soluzioni proprietarie del provider (es. Amazon Aurora, Google Cloud Spanner), che sono più facili da migrare.
  • API Gateway agnostici: Utilizzare gateway API che possano essere distribuiti su qualsiasi cloud o on-premise per gestire il traffico verso i microservizi, evitando la dipendenza da soluzioni native del provider.

A livello organizzativo, la gestione delle competenze è decisiva. Come osservato dalle fonti, la specializzazione su una singola piattaforma cloud, se non bilanciata, può irrigidire le scelte tecnologiche. Investire in un piano di formazione trasversale che copra almeno i fondamenti di più ambienti cloud, e promuovere pratiche interne orientate alla portabilità (per esempio, preferire tecnologie con ampio supporto multipiattaforma), aiuta a mantenere l’opzionalità nelle decisioni future. È importante considerare anche la dimensione culturale: la transizione a nuove tecnologie può incontrare resistenze; perciò, accompagnare i team con modalità di change management coerenti e con obiettivi misurabili permette di convertire la migrazione in un’opportunità di miglioramento e non in una discontinuità traumatica.

La carenza di competenze rimane una sfida centrale. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation, il 54% delle grandi imprese italiane dichiara di non disporre di skill adeguati per gestire la complessità del cloud.[Osservatori.net] Questo gap non solo rallenta l’innovazione, ma rafforza involontariamente il lock-in, poiché le aziende si appoggiano più pesantemente ai servizi gestiti e alle tecnologie familiari di un singolo provider.

Le fonti mettono in evidenza che una selezione attenta di cosa migrare e come farlo contribuisce alla prevenzione del lock-in. Questo implica mappare i workload più critici, individuare le loro dipendenze applicative e infrastrutturali e valutare gli impatti su latenza, prestazioni e requisiti di resilienza. Una migrazione pianificata, che proceda per fasi, consente test puntuali delle soluzioni di portabilità e del fallback verso ambienti alternativi, validando la reversibilità delle scelte. Una volta in esercizio, mantenere una documentazione tecnica aggiornata su formati, integrazioni e interfacce evita il rischio di conoscere troppo tardi la difficoltà reale di uno spostamento.

In questo quadro, la prospettiva proposta dal paradigma Secure Cloud di WIIT Group – descritto nel post del 7 maggio 2025 – è pensata per risultare nativamente pronta a sostenere processi e applicazioni critiche, incluse soluzioni di nuova generazione che impiegano algoritmi di AI o realtà aumentata/virtuale. L’idea di fondo è permettere alle aziende di concentrarsi sugli obiettivi di business sapendo che resilienza, sicurezza, performance e aderenza normativa sono gestite dal layer di servizio, a partire dai profili “di base”. L’enfasi sulla security by design e su livelli elevati di disponibilità (architetture ridondanti) è funzionale a rendere la portabilità una possibilità concreta, senza sacrificare i requisiti di continuità tipici degli ambienti mission-critical.

Diagramma concettuale in stile neoplastico/costruttivista che rappresenta il lock-in e la portabilità tra provider cloud.

Leve esterne e clausole da definire: exit strategy, data governance, multi‑cloud

Il secondo fronte è esterno, e riguarda come impostare correttamente accordi e condizioni con i fornitori. Le fonti raccomandano di predisporre una exit strategy prima della sottoscrizione, definendo un piano chiaro che consenta di sostituire o replicare il provider senza interruzioni o disservizi. Questo accorgimento diventa cruciale nelle fasi di dismissione, quando la collaborazione può farsi più complessa. Una strategia di uscita ben congegnata, documentata e sperimentata riduce il rischio operativo, il carico di pressione nei confronti del fornitore e, soprattutto, consente di gestire la migrazione con minimo impatto su utenti e processi.

Novità normativa: l’EU Data Act contro il lock-in

Un cambiamento normativo fondamentale sta per entrare in vigore. Il Regolamento (UE) 2023/2854, noto come Data Act, diventerà applicabile dal 12 settembre 2025. Questa legge mira a creare un mercato dei dati più equo e competitivo, introducendo misure specifiche per combattere il vendor lock-in.[Commissione Europea]

Il Capo VI del regolamento è dedicato a facilitare il passaggio tra diversi fornitori di servizi cloud (cloud switching). I punti salienti includono:

  • Obbligo di facilitare il passaggio: I provider dovranno rimuovere gli ostacoli commerciali, tecnici e contrattuali che impediscono ai clienti di migrare i propri dati e applicazioni verso un altro fornitore.
  • Eliminazione graduale dei costi di switching: La legge prevede l’eliminazione completa delle “switching charges” (costi di uscita). A partire dal 12 gennaio 2027, i fornitori non potranno più addebitare ai clienti i costi per l’operazione di trasferimento dei dati.[ICT Security Magazine]
  • Interoperabilità e standard aperti: I fornitori di servizi PaaS e SaaS dovranno rendere disponibili interfacce aperte e garantire l’esportazione dei dati in formati leggibili meccanicamente.

Il Data Act fornisce alle aziende europee una leva legale potente per esigere maggiore trasparenza e flessibilità dai propri fornitori cloud, trasformando la portabilità da opzione a diritto.

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Altro pilastro è la Data Governance. Le fonti indicano che custodire i dati sensibili – per esempio informazioni sui clienti – in formati standardizzati e, dove opportuno, in ambienti come Private Cloud o on premises rafforza il controllo e limita la dipendenza da tecnologie proprietarie. Optare per formati chiusi, infatti, espone a vincoli di gestione e conformità che possono, di fatto, instaurare un lock-in sui dati. La scelta di formati aperti e il ricorso a interfacce documentate sono dunque abilitatori di portabilità e strumenti di riduzione del rischio lungo l’intero ciclo di vita informativo.

Le fonti suggeriscono poi la valutazione di una strategia multi‑cloud. Collaborare con due o più provider, prevedendo la possibilità di spostare i dati tra piattaforme differenti, incrementa l’opzionalità strategica e limita il potere contrattuale di un singolo fornitore. Va però considerato l’investimento aggiuntivo in sicurezza, prestazioni e ottimizzazione dei costi necessari a gestire ambienti più eterogenei. Il punto dirimente, come riportato, è assicurare che dati e applicazioni siano trasportabili e compatibili sotto condizioni operative diverse, in modo da poter assegnare a ciascun workload il provider più adatto (e conveniente). In questo scenario, la documentazione contrattuale deve specificare chiaramente tempi, modalità e strumenti di esportazione e importazione, compresa la gestione di volumi elevati.

La sfida della sovranità digitale: Data Act vs. CLOUD Act

La strategia europea per la portabilità dei dati si scontra con normative di altre giurisdizioni, in particolare con il CLOUD Act (Clarifying Lawful Overseas Use of Data Act) statunitense. Questa legge permette alle autorità USA di richiedere l’accesso a dati archiviati da provider americani, anche se i server si trovano fisicamente in Europa. Ciò crea un potenziale conflitto con il GDPR e il Data Act, sollevando questioni di sovranità digitale. Le aziende europee che utilizzano provider statunitensi si trovano in una posizione delicata: da un lato devono rispettare le normative UE sulla protezione e portabilità dei dati, dall’altro il loro fornitore potrebbe essere legalmente obbligato a condividere i dati con le autorità americane.[ICT Security Magazine] Questo scenario rafforza l’importanza di scegliere provider con data center localizzati in Europa e con garanzie contrattuali solide sulla giurisdizione applicabile ai dati.

È particolarmente rilevante – sottolineano le fonti – leggere con cura le clausole e, se necessario, porre domande esplicite: sono previste condizioni per migrare dataset dall’archivio verso ambienti cloud di altri provider? Quali strumenti e servizi vengono messi a disposizione per gestire trasferimenti su larga scala? Quali standard e formati sono supportati nativamente? I contenuti di WIIT Magazine evidenziano che la scelta del fornitore deve privilegiare chi permette il management di architetture multi‑cloud con tool dedicati e servizi di migrazione su misura, oltre a un’adesione aggiornata agli standard di settore pertinenti. Questo set di requisiti tecnici, se incorporato negli accordi e verificato in fase di proof of concept, costituisce la migliore garanzia per mantenere la portabilità come opzione realmente praticabile.

Criteri di scelta del provider e il paradigma Secure Cloud di WIIT

Le scelte più efficaci contro il lock-in si compiono prima di entrare in esercizio. Le fonti insistono sulla necessità di partire da una valutazione approfondita dei sistemi esistenti, in modo da allineare i requisiti aziendali all’offerta di mercato. A valle dell’analisi, occorre verificare la presenza di clausole e strumenti per l’esportazione dei dati, la disponibilità di servizi di migrazione per grandi volumi e il supporto a standard diffusi. Il provider ideale – secondo quanto riportato – è quello che consente il governo di architetture multi‑cloud con ad‑hoc tools, sostenendo una reale portabilità tra piattaforme e riducendo le asimmetrie informative che alimentano la dipendenza.

In questo contesto, il paradigma Secure Cloud presentato da WIIT Group nel maggio 2025 rappresenta un modello orientato a performance, resilienza e sicurezza. La piattaforma si fonda su un network europeo di più di 20 data center proprietari, raggruppati in 7 Region con criteri geografici (Germania, Italia, Svizzera) e progettati per garantire massimi livelli di compliance e territorialità del dato. Un elemento caratterizzante sono le Zone, ossia gruppi di funzionalità attivabili per ciascuna Region: Standard, Premium e DR (Disaster Recovery). La Zona Standard incorpora una security by design di alto livello (tra cui misure di sicurezza preventiva come vulnerability management e segmentazione delle reti), un’alta disponibilità dei sistemi basata su architetture ridondate e una scalabilità coerente con la promessa del cloud. La Zona Premium, attivabile nelle Region che includono data center certificati Tier IV o a resilienza molto elevata, estende i servizi per esigenze estremamente critiche: la Premium Security copre macro‑processi di cybersecurity, rende le protezioni nativamente proattive e integra un SOC 24/7 per la sorveglianza e la risposta in tempo reale a minacce esterne e interne. Le Zone DR attivano servizi di backup e disaster recovery flessibili e configurabili secondo le esigenze di ciascuna realtà.

Le fonti disponibili includono anche un riepilogo strategico che evidenzia come l’infrastruttura WIIT sia stata concepita per sostenere workload critici e accelerare l’innovazione, anche in scenari che prevedono uso avanzato di AI e AR/VR. La presenza di un network europeo multi‑Tier IV consente di progettare servizi di business continuity adeguati anche a requisiti normativi stringenti, offrendo margini di libertà maggiori nella gestione del rischio di outage dei sistemi IT. I contenuti del canale Business Continuity su WIIT Magazine (che includono, ad esempio, l’approfondimento su DRaaS del settembre 2023) contestualizzano questo approccio come una componente essenziale delle strategie cloud enterprise.

È opportuno evidenziare un doppio dato presente nei materiali forniti. Da un lato, il post sul Secure Cloud parla di “più di 20 data center proprietari” in 7 Region tra Germania, Italia e Svizzera; dall’altro, un brief operativo menziona “19 data center in Italia e Germania con certificazioni di livello Tier IV”. Entrambe le informazioni provengono dai materiali ricevuti; la differenza potrebbe riflettere ambiti o riferimenti temporali diversi. Senza speculare sulle cause, è importante che le aziende, in fase di selezione, verifichino con il provider la disponibilità delle Region rilevanti, le certificazioni dei data center di riferimento e le Zone attivabili (Standard, Premium, DR) in ciascuna area, per allineare aspettative e requisiti concreti del progetto.

Per chi intende approfondire come orchestrare ambienti complessi, WIIT rende disponibili risorse tematiche: soluzioni multicloud per coordinare workload su più piattaforme, cybersecurity integrata per la protezione end‑to‑end e informazioni sui data center in Italia e Germania per valutazioni di latency, residenza del dato e resilienza. Nel perimetro editoriale WIIT, è inoltre disponibile l’approfondimento “Secure Cloud, porta sicurezza e compliance ai massimi livelli” (7 maggio 2025) che dettaglia il paradigma e le sue articolazioni operative.

Dal rischio alla resilienza: perché la portabilità è un vantaggio competitivo

I materiali consultati convergono su un messaggio netto: portabilità e compatibilità sono fattori di competitività tanto quanto lo sono performance e costi. Nel tempo, la capacità di spostare dati e applicazioni, di sfruttare più provider e di contenere i vincoli contrattuali si traduce in resilienza organizzativa, migliore potere negoziale e rapidità di adozione delle tecnologie più idonee. La prevenzione del lock‑in non è quindi un obiettivo accessorio, ma un criterio di progetto che deve essere espresso nell’architettura tecnica, nelle pratiche di data management e nella documentazione contrattuale.

Le evidenze riportate – tra cui la distribuzione delle scelte dei CIO (71% su un unico provider, 29% multi‑vendor ma con il 95% del budget concentrato su un fornitore) – mostrano che la pluralità di intenti non sempre coincide con la realtà operativa. Per colmare il divario, è utile applicare sistematicamente le leve proposte nelle fonti: adottare software portabile, definire un’exit strategy concreta, ancorare la Data Governance a formati standard, selezionare provider che offrano strumenti e servizi di migrazione ad hoc e che supportino standard ampiamente riconosciuti. Ogni scelta va verificata in fase di prova – con test di esportazione/importazione, replica e ripartenza – per trasformare le intenzioni in capacità operative misurabili.

Il paradigma Secure Cloud descritto da WIIT Group propone una “base solida” per processi e applicazioni critiche, con livelli elevati di sicurezza, resilienza e scalabilità già inclusi nel portafoglio di servizi. L’articolazione in Zone – Standard, Premium (con SOC 24/7) e DR – consente di modulare protezioni e continuità del servizio in funzione dei requisiti specifici, dal daily operation alla risposta ad attacchi avanzati. La copertura geografica europea, l’attenzione alla territorialità del dato e alla compliance – a partire dal contesto GDPR menzionato nelle fonti e dal nuovo Data Act – collocano la portabilità entro un quadro regolamentare e operativo coerente con i settori più esigenti. L’integrazione con i temi di cybersecurity trattati regolarmente su WIIT Magazine (Zero Trust, Security Awareness, NIS‑2, Cyber Threat Intelligence) supporta l’evoluzione dalla difesa reattiva a una protezione proattiva e misurabile.

In definitiva, dai materiali emerge un principio guida per i decisori IT: progettare per la scelta e non per la rinuncia. Il lock‑in nasce quando l’uscita diventa più costosa dell’immobilismo; la resilienza, al contrario, è frutto di decisioni che mantengono aperte le opzioni. Con una roadmap che combina standard aperti, strumenti di migrazione, governance dei dati e partner che incarnano il paradigma del Secure Cloud, la portabilità smette di essere un auspicio e diventa una competenza distintiva, da esercitare a beneficio della continuità operativa, dell’innovazione e della sostenibilità nel lungo periodo.

Approfondimenti correlati su WIIT Magazine e risorse WIIT Group: Cloud Lock‑in verhindern: Interne und externe Faktoren (settembre 2023), DRaaS e Business Continuity (settembre 2023), sezione Cybersicherheit e sezione Business Continuity. Per valutare percorsi progettuali e architetturali: soluzioni multicloud WIIT, cybersecurity integrata WIIT, data center in Italia e Germania, e l’articolo Secure Cloud (7 maggio 2025) che illustra nel dettaglio il paradigma e le sue Zone.

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